giovedì, 10 settembre 2009
author: lonesheq76 @ 15:28
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venerdì, 26 giugno 2009
author: lonesheq76 @ 09:57
category: palestinesi contro palestinesi, palestinians against palestinian
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BRUXELLES — Fathi, che per una vita intera ha procla­mato il diritto alla libertà del­la sua Palestina, è finito in cella per aver voluto schiac­ciare la libertà della figlia, perfino con il sangue. Lei, Dalan, voleva sposare Zaka­ria, il suo ragazzo marocchi­no (e l’ha sposato ieri), ma il padre aveva scelto un altro, un palestinese che riteneva più degno e che Dalan non aveva mai incontrato.
A Zakaria, il «suocero» mandava sul cellulare mes­saggi come questi: «Hai di­strutto la vita di mia figlia. La vita è un dettato, il dizio­nario è il Corano». L’altro ie­ri è finita a colpi di pistola. E ora quella che sembrava so­lo una storiaccia di strada è diventata un caso politi­co- diplomatico che imbaraz­za la grande e civile comuni­tà musulmana di Bruxelles: perché Fathi El Mohor, accu­sato di aver ordinato l’omici­dio del futuro genero, è sta­to per anni il portavoce e il direttore vicario della Dele­gazione palestinese presso il Belgio e presso l’Unione Eu­ropea, non proprio un’amba­sciata ma qualcosa di molto simile. Lo hanno arrestato come presunto mandante: sarebbe stato inviato da lui il giovane sicario che l’altra se­ra ha sparato tre pallottole contro il fidanzato sgradito, per essere poi arrestato po­che ore più tardi.
Il sicario non aveva una mira da cecchino: un proiet­tile ha fratturato la mano di Zakaria, gli altri hanno colpi­to solo di striscio. Quasi un miracolo. E ieri a mezzogior­no, nel quartiere di Schaer­beek abitato in maggioranza da immigrati musulmani, è stato celebrato il matrimo­nio, con lo sposo ben fascia­to: sotto l’occhio della poli­zia e fra strette misure di si­curezza, perché la questione ha riattizzato le tensioni in­terne alla comunità.
Tutta la storia è stata rico­struita da due tenaci cronisti di Le Soir, il principale quoti­diano belga, che sono riusci­ti a penetrare la cortina del riserbo. E hanno portato alla luce alcuni risvolti sconcer­tanti. Per esempio, la denun­cia fatta da Zakaria sugli in­fluenti contatti del «suoce­ro », che avrebbero spinto al­l’azione perfino il consolato del Marocco. Nel 2007, se­condo il racconto del giova­ne, il console lo avrebbe con­vocato e gli avrebbe chiesto di brutto: «Perché, tu maroc­chino, ti vuoi prendere una palestinese con tante maroc­chine che ci sono qui a Bru­xelles?». Non solo: disperato per le asserite intimidazioni del «suocero», che lo avrebbe anche ingiustamente (a suo dire) denunciato come im­migrato illegale e spacciato­re di droga, Zakaria si sareb­be rivolto al re e alcuni parla­mentari.
Ma come sempre, non c'è una sola versione delle cose. E la versione che circola in alcuni ambienti vicini alla Delegazione palestinese è un po' differente. Rifuggen­do dalle dichiarazioni uffi­ciali, dicono per esempio che Fathi era da almeno un anno in pensione, lontano da ogni frequentazione poli­tica. E che era, ed è, un si­gnore posato e colto, appas­sionato di libri e non di pi­stole, non certo un folle. Mentre Zakaria sarebbe un tipo opposto. Toccherà ora ai giudici, giudici belgi e cat­tolici, decidere chi ha ragio­ne.
giovedì, 18 giugno 2009
author: lonesheq76 @ 05:47
category: christian arabs
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Roma. All’indomani dell’11 settembre 2001, le televisioni di tutto il mondo trasmisero un video di propaganda di al Qaida. Si vede un drappello di terroristi che fa irruzione in una casa, marcia sotto lo stendardo nero, si addestra e spara contro un bersaglio. E’ una croce cristiana. Come quella piccola, di legno, che portava al collo Ishtiaq Masih. Immaginate di percorrere in autobus la valle pachistana del Punjab. Vi fermate per una sosta in una locanda. Ordinate un tè. Poi andate a pagare e il proprietario nota che portate la croce al collo, perché siete uno dei tanti cristiani pachistani, come il vescovo anglicano Michael Nazir-Ali. Alcuni scagnozzi islamici vi dicono che all’ingresso del locale c’era una insegna che avvertiva: “Qui serviamo soltanto musulmani”. Avete reso “impura” una tazza da tè riservata ai musulmani. Iniziano a colpirvi con bastoni e sassi, implorate pietà. Morirete poco dopo per le lesioni. E’ successo a Ishtiaq. Undici anni fa, in occasione dell’apertura in Vaticano del sinodo dei vescovi dell’Asia, Joseph Coutts, vescovo pachistano di Hyderabad, pronunciò parole tragiche sui cristiani orientali: “L’atteggiamento predominante nei paesi islamici è quello di considerare i cristiani come ‘dhimmi’, traditori. L’islam non può e non deve essere messo nelle stessa categoria dell’induismo, del buddismo, dello shintoismo. L’islam è una forza politico-religiosa con tendenze espansionistiche”. Pochi giorni prima la relazione di Coutts, il vescovo di Faisalabad John Joseph si era sparato alle tempie davanti a un tribunale in cui era stato condannato a morte un cristiano accusato di blasfemia. Oggi, come allora, le ciglia del mondo libero si sono abbassate sulla tetra sorte dei cristiani nei paesi islamici. La loro persecuzione sistematica è oggi accompagnata da un silenzio assoluto e connivente da parte della comunità internazionale, degli attivisti dei diritti umani, dei mass media e delle organizzazioni non governative. Pochi giorni dopo che Papa Ratzinger aveva parlato di “stato palestinese”, militanti islamici deturpavano settanta tombe di cristiani palestinesi. Accade nel villaggio di Jiffna, non lontano da Ramallah, il regno dell’Autonomia palestinese di Abu Mazen. La Madonna di Jiffna, vandalizzata alla testa e alle mani, è il simbolo di quella che Benjamin Sleiman, arcivescovo cattolico di Baghdad, ha chiamato “l’estinzione della cristianità in medio oriente”. Dalla Prima Guerra mondiale dieci milioni di cristiani sono stati costretti a emigrare da tutto il medio oriente. E come spiega Monsignor Philippe Brizard, direttore generale dell’Oeuvre d’Orient, la celebre organizzazione francese dedita ai cristiani del medio oriente, “la radicalizzazione dell’islam è la principale causa dell’esodo cristiano”. I territori palestinesi un tempo erano al venti per cento cristiani, oggi lo sono al cinque. Nel 1920 in Turchia vi erano due milioni di cristiani, ne rimangono solo alcune migliaia. All’inizio del secolo scorso i cristiani costituivano un terzo della popolazione siriana; oggi meno del dieci per cento. Nel 1932, i cristiani costituivano il 55 per cento della popolazione libanese, oggi sono sotto la soglia del 30. In Iran è in corso la fase più oscurantista dei rapporti fra il cristianesimo e la Rivoluzione islamica, da quando nel 1979 l’ayatollah Khomeini chiese la chiusura immediata delle scuole cristiane e concesse a tutti i religiosi stranieri un mese di tempo per lasciare il paese. Al Parlamento iraniano si dovrà ora votare una legge che prevede la pena di morte per chi, nato da padre musulmano, decida di convertirsi. Persino sul frontespizio del “Ketob-e Ta’limate Dini”, il manuale di religione usato dai cristiani, campeggia ancora la foto di Khomeini. E’ in corso la pulizia etnica dei popoli indigeni del medio oriente. La tanto decantata eterogeneità mediorientale si ridurrà alla piatta monotonia di un’unica religione, l’islam, e a una manciata di idiomi. Alcune delle vittime trucidate lunedì nello Yemen appartenevano a una missione evangelica. In un comunicato diffuso a marzo, dopo un attentato contro un altro gruppo di sudcoreani, i qaedisti avevano spiegato in modo chiaro la loro posizione: “Portano la corruzione nella nostra terra e giocano un ruolo pericoloso nella diffusione del cristianesimo”. Intanto l’International Christian Concern ha reso noto che il corpo di un giovane cristiano pachistano è stato ritrovato martirizzato in un canale di scolo del Punjab. Si chiamava Litto e si era innamorato di una giovane musulmana. I fratelli della ragazza gli avevano imposto di convertirsi all’islam. Litto si è rifiutato. Lo hanno pugnalato allo stomaco e ai genitali. Intanto a Karachi, una delle grandi metropoli pachistane, un bambino cristiano di undici anni, Irfan, veniva giustiziato alle tempie davanti alla chiesa. A rendere nota la notizia è stato Mario Rodriguez, il direttore delle Pontificie opere missionarie in Pakistan, che ha lanciato un appello al mondo: “I talebani si aggirano minacciosi nei quartieri cristiani di Karachi terrorizzando le donne e invitando la gente a convertirsi all’islam, pena la morte”. A Quetta una scuola pentecostale è stata chiusa dopo una minaccia di attentato kamikaze. A Bannu Cantt una storica chiesa intitolata a San Giorgio è stata attaccata, le Bibbie bruciate, la croce smembrata e l’altare distrutto. Dopo gli attacchi ai cristiani i guerriglieri se ne vanno lasciando simili scritte sui muri delle chiese: “Taliban zindabad” (Lunga vita ai talebani), “Islam zindabad” (Lunga vita all’islam) e “Christians Islam qabol karo” (Cristiani, convertitevi all’islam”). I non-musulmani devono pagare una tassa ai talebani se vogliono restare a vivere nelle loro case. La “jizya” imposta a cristiani, indù e sikh consiste in un versamento annuale di mille rupie a testa, poco più di otto euro; sono esentati donne, bambini e handicappati. Tutte i membri delle minoranze devono pagarla per avere il diritto alla vita, altrimenti sono costretti ad abbandonare le case e i villaggi in cui vivono da sempre. Si chiama Nermeen Mitry l’ultima ragazzina copta rapita e convertita a forza all’islam. E’ stata recuperata il giorno stesso dalla sua famiglia, che aveva lanciato le sue ricerche per ritrovarla. Nermeen era stata rapita nel villaggio di El Mahalla da un musulmano, Hossam Hamouda, con la complicità della zia Leila Attia. Un centinaio di islamici, armati di spade e di bastoni, hanno attaccato i cinque membri della famiglia della ragazza e hanno lasciato il villaggio soltanto dopo che i copti erano stati costretti a riconciliarsi con l’autore del rapimento. “Per ogni colpo che ci davano, cantavano ‘c’è un solo Allah’. Ci tiravano fuori dall’automobile dicendoci ‘uscite! seguaci della religione del cane!’”. Due cristiani copti sono stati appena uccisi a Hagaza, sulle rive del Nilo, mentre tornavano dalla chiesa. Questo accadeva mentre al Cairo, non lontano dal villaggio copto, Barack Obama pronunciava le sue altisonanti parole sul rispetto reciproco. E’ dal Cairo che è fuggita nel 1955 Bat Ye’or, in ebraico significa “Figlia del Nilo” ed è l’autrice del best seller “Eurabia” (Lindau). Per le stesse edizioni è appena tornata in libreria con il saggio “Il califfato universale”. E’ la cronista della “dhimmitudine”, la sorte dei non musulmani nell’islam. Oriana Fallaci riprese nei suoi scritti la parola “Eurabia” e diede a essa una risonanza mondiale. “Cos’è la dhimmitudine? E perché nessuno ne parla? Sono due domande per me legate”, dice Bat Ye’or al Foglio. “La dhimmitudine è parte del jihad, è una condizione teologica, politica e giuridica. L’oppressione e la persecuzione degli infedeli, compresi ebrei e cristiani, è la giusta punizione riservata ai ‘kuffar’ (infedeli) che rifiutano di riconoscere la verità dell’islam. Sono ‘popoli vinti’, vittime del jihad, spossessati della propria storia, cultura, identità, tradizione, non hanno riferimenti, hanno perduto la propria storia, come i copti in Egitto. Si sentono inferiori ai musulmani, vengono cacciati alimentando il sentimento di sottomissione e inferiorità, diventano umili. E’ un sentimento di vulnerabilità permanente. Per oltre un millennio, il jihad ha costituito la forza militare e politica che ha sottomesso e, nella maggior parte dei casi, annientato le civiltà zoroastriana, cristiana, indù e buddista in Africa, Europa e Asia. Tutti questi aspetti hanno trasformato questi popoli. Se si va da loro a spiegare la dhimmitudine, rifiutano questa visione, hanno paura, sono condizionati alla subalternità. Non si mettono in relazione di eguaglianza ai musulmani. E’ lecito affermare che la negazione delle sofferenze delle vittime del jihad e dell’imperialismo islamico è una forma di razzismo che scaraventa i perseguitati in una umanità di serie B”. Perché non se ne parla? “Perché il mondo islamico, rappresentato dalla Organizzazione della conferenza islamica, che è una sorta di califfato moderno, non accetta che si critichi il jihad, come guerra perfetta, e la dhimmitudine. Perché il jihad, la sunna, la sharia, tutto l’islam è perfetto, non criticabile. L’umiliazione dei cristiani e dei dhimmi non può essere criticata. L’occidente ha paura del califfato e vive alla sua ombra. La dhimmitudine è una storia proibita in Europa. E così finiamo per essere incapaci di aiutare il mondo islamico nella critica della politica verso i non musulmani. Siamo noi a obbligare il mondo islamico a continuare in questa direzione. Non si deve parlare della dhimmitudine, per anni io stessa sono stata boicottata perché volevo parlare di questa storia. Ci sono musulmani che mi hanno ringraziato perché ho raccontato la dhimmitudine. C’è chi, come Obama al Cairo, si pone nell’atteggiamento verso il mondo islamico non per proteggere i cristiani, ma per ragioni politiche, economiche, tattiche. Poi ci sono cristiani che vivono nel mondo islamico, i sopravvissuti del mondo arabo, e che hanno paura di finire in pericolo perché queste comunità vivono in situazione di grande vulnerabilità. Prima di pubblicare i miei scritti ho chiesto il permesso ai miei amici egiziani. Ero pronta a non pubblicarli, sapevo che avrei potuto metterli in pericolo. Ma mi hanno detto: ‘Se non lo scrivi, siamo persi’”. Bat Y’or racconta l’attuale clima d’odio e persecuzione. “L’Egitto conserva la legge che punisce l’apostasia con la morte; i cristiani convertiti all’islam non possono ritornare al cristianesimo; coloro che ‘denigrano’ l’islam vengono arrestati; i copti, costantemente sfiancati, minacciati, umiliati, sono costretti ad abbandonare la loro antica patria; per costruire e riparare le chiese è necessario un permesso, che raramente viene concesso; i cristiani vengono spesso attaccati, i loro negozi saccheggiati e le donne rapite. Gli ebrei originari dell’Egitto, che tornano da turisti nei luoghi di una presenza ultramillenaria, non sono neanche autorizzati a fotografare le vestigia della loro storia. La religione bahái non è riconosciuta e i suoi seguaci sono privati dei loro diritti. Queste leggi millenarie derivate dalla sharia vengono applicate in tutti i paesi musulmani in modo più o meno severo. La condizione di dhimmitudine trasformò popoli liberi e maggioritari nei loro paesi, creatori delle civiltà più raffinate e potenti della loro epoca, in minoranze amnesiche di superstiti sottomessi all’umiliazione, all’insicurezza e alla paura nelle loro patrie islamizzate, infarcite delle rovine della loro storia. La colonizzazione islamica operò la distruzione di popoli e culture indigene attraverso conquiste, riduzione degli abitanti in schiavitù, espulsioni, espropri, massacri, conversioni forzate e dhimmitudine, vale a dire un insieme di leggi discriminatorie e umilianti non molto dissimili dall’assoggettamento”. Oggi la dinamica e l’ideologia che diedero impulso a queste trasformazioni sono ancora attive a tutti i livelli. “Ma pochi riescono a distinguerle fra i mutamenti attualmente in corso in Europa, poiché ne ignorano la storia e i meccanismi. Oggi la storia della dhimmitudine, e cioè l’analisi delle interconnessioni politiche, economiche e sociali che condussero ineluttabilmente i popoli bersaglio del jihad al decadimento e alla disgregazione, è una storia proibita in Europa. Questo occultamento è motivato dal rifiuto degli stati musulmani di riconoscere la loro storia fatta di imperialismo, colonizzazione, riduzione in schiavitù e oppressione come hanno fatto gli storici e gli stati europei e statunitensi rispetto al loro passato. E’ molto importante dunque avere il coraggio di parlarne, altrimenti saremo noi, il mondo occidentale, i prossimi dhimmi. Questa sarà la nostra punizione, perché siamo stati insensibili alla sofferenza dei nostri fratelli. Io credo nella giustizia, se non siamo generosi verso quella storia di persecuzione, il nostro egoismo verrà punito”. A Dubai ci sono addirittura duemila cristiani originari di Gaza. Profughi indegni persino di essere menzionati, come gli ebrei fuggiti in massa dai paesi arabi. Chi conosce il nome di Rami Ayyad? Era il direttore dell’unica libreria cristiana di Gaza, legata all’organizzazione protestante Palestinian Bible society. E’ stato pugnalato a morte. I fratelli lo hanno dovuto sollevare sopra un carro funebre senza croce che lo portava al cimitero di san Porfirio. La moglie Pauline ha scritto una lettera bellissima. Si intitola “Al mio dolce marito, martire Rami Ayyad”.
domenica, 12 aprile 2009


Questo  è un momento  cruciale:   ci si sta preparando ad affrontare l'Iran,  se necessario,  e a questo scopo si  costruiscono  o si verificano gli  schieramenti,  e si fa  il possibile per accertarsi   che la Turchia sia  solidamente  dalla parte della NATO.   E' un momento    di decisioni  fondamentali importantissime per il futuro del mondo.

Consideriamo il  quadro  d'insieme: 

 Obama  a Praga ai primi di aprile conferma   che  il BMD  verrà costruito  se  persiste la minaccia  dell'Iran.  Implicitamente è come avesse detto  che,  tolta di mezzo la minaccia iraniana,   gli USA potrebbero  prendere in considerazione  l'idea  di non avere truppe NATO  alla frontiere   della Russia,  e   non  costruire un  sistema   di intercettazione anti-missili in  Polonia.   Ha  fatto capire  ai Russi:  se  siete con noi  contro l'Iran,  o  se per lo meno rinunciate a crearci  difficoltà nel caso che  sia necessaria  una guerra con l'Iran,   verrà  rispettata  la vostra sfera di influenza in Europa.  altrimenti  sfrutteremo  ogni spazio per togliervi  l'egemonia. 

-  Poi Obama va in Turchia e  fa un discorso al Parlamento  turco in cui   chiede e offre   amicizia e  alleanza,  riconosce un grande ruolo regionale ai Turchi,  sostiene  il  loro  diritto a entrare nella UE.    Questo avviene   qualche  dopo che i paesi NATO s'erano accordati con la Turchia  per  riconoscere al  primo ministro  turco  il vice- segretariato della NATO.

-   I Turchi hanno  nel frattempo  avviato trattative con gli  Armeni, evidentemente  per  pararsi le spalle.   Sono persino arrivati a dichiararsi disponibili ad una revisione storica dell'eccidio degli Armeni (fu genocidio, o non fu genocidio?)  e a lasciare il giudizio agli storici.  Se i Russi pensavano di usare la tradizionale inimicizia degli Armeni   verso i Turchi  per contenere l'influenza turca  nel Caucaso,   i Turchi  stanno cercando di  prevenire questa eventualità,   stabilendo   migliori rapporti con l'Armenia.   La reazione della   Russia pare arrivare a spese (di nuovo) della Georgia:  grandi manifestazioni contro Saakashvili,  che  prendono l'avvio proprio oggi,    potrebbero portare a un rovesciamento dell'attuale  governo filo-occidentale e  all'instaurazione di  un nuovo governo  filo-russo.

-   I  Turchi negli ultimi mesi hanno anche  avviato  trattative con la Siria,  per tentare  di allontanarla dall'alleanza con l'Iran,  promettendo  in cambio  la restituzione del Golan da parte di Israele.  Ha anche attaccato  verbalmente  ma molto pesantemente Israele  durante la guerra di Gaza,  probabilmente per guadagnare maggiore credibilità agli occhi degli Arabi  e dei Palestinesi stessi,  e contrastare l'influsso iraniano,  che  usa l'odio contro Israele  come arma  per destabilizzare i governi arabi moderati  e per  attirarsi la simpatia  degli estremisti islamici  un po' ovunque.  

-  A  Doha  a fine marzo i governi arabi moderati hanno tentato  di  isolare l'Iran e costruire consenso  fra tutti gli stati arabima hanno fallito.   Gheddafi in particolar modo  ha avuto parole di fuoco contro i Sauditi.   Perchè? Che gioco  sta facendo Gheddafi?  Che cosa vuole?  Come sempre, Gheddafi ha   comportamenti dissonanti.    Il governo italiano ha raggiunto recentemente un accordo  con  la Libia per  porre fine alle richieste di  compensazioni per  l'aggressione  coloniale.  Anche questo è un gesto  di pacificazione importante da parte di un Paese NATO,  che  vuole appianare i  motivi di  tensione con i  paesi arabi del Medio Oriente.  E  Gheddafi ha accettato  di chiudere il contenzioso. 

-  Gli Usa  hanno truppe in Afghanistan e in Iraq,  alle frontiere  con l'Iran.  Sta all'Iran  scegliere se  alzare il livello dello scontro e arrivare alla guerra,  o  accontentarsi del riconoscimento della sua egemonia regionale,  con conseguente  umiliazione dei leader arabi moderati, e possibili contraccolpi  politici in tutti gli stati arabi.   Le truppe NATO  sono già  in posizione  per una guerra  anche all'Iran.... si ritireranno  se  l'Iran  non  si mostra bellicoso.   Nel frattempo però durante le elezioni in  Afghanistan   e in Iran  le truppe NATO in  Afghanistan  saranno  più numerose:  se ne andranno  dopo le elezioni?  Sta all'Iran   lanciare  il  segnale  di  pace  o  di battaglia.    Le prossime elezioni  in Iran daranno  probabilmente  l'indicazione di che  via  scelgono gli ayatollah.

-  L'Iran sta negoziando con le autorità irachene  lo smantellamento di campo Ashraf,  cioè  della cittadella  della resistenza iraniana in esilio,  posizionata  in Iraq vicino alle frontiere con l'Iran.   Gli stati Uniti permetteranno  che venga smantellata  Ashraf (la  più forte  organizzazione della resistenza iraniana  in esilio,  formata  dagli ex mujaheddin del popolo),  o fermeranno il governo iracheno,  che pare incline ad accordarsi con  il governo iraniano?  La sorte   di Campo Ashraf   sarà un indicatore importante per  capire  che svolta prenderanno gli eventi globali.

-  Oltre alla resistenza iraniana in esilio in Iraq,  l'altra pedina  debole del gioco,  che  i contendenti più forti sono pronti a sacrificare,  è Israele.   L'occidente  è  probabilmente  pronto a prendere in considerazione il  sacrificio  di  Israele  agli  Arabi  per  neutralizzare la minaccia iraniana,  o a sacrificarla  anche  direttamente agli Iraniani  se questo bastasse a  renderli  davvero innocui.    Già oggi il nostro ministro Frattini ha invitato Israele a cedere il Golan alla  Siria  (tanto  ci rimette la sicurezza di Israele, mica ancora  la nostra...).

Però  Israele  è anche un alleato forte per la guerra all'Iran,  se la guerra si  prospettasse come  inevitabile.   Dunque  è probabile  che  tutto l'occidente  (oltre alla Turchia)  chieda a gran voce a Israele di  cedere,   ma non faccia poi molto  per indebolire davvero  Israele.  Aspettiamoci ora una  sgradevole campagna  di attacchi  verbali contro  il governo d'Israele anche in  Europa: propaganda   per   corteggiare   l'opinione pubblica araba.   Ma  lo stato di Israele sarà  davvero in pericolo soltanto se l'Occidente  deciderà  di  pacificare  l'Iran  a tutti i costi,  anche  mettendo  a rischio il  proprio  futuro,  pur di evitare   la guerra subito.

-  C'è poi  l' incognita del Pakistan.  Se  i generali e il governo  del Pakistan  capiscono  che  in una guerra più ampia il loro paese   verrebbe  probabilmente disgregato  a  favore dell'India,  forse  ritrovano  consonanza d'intenti e provano a  mettere  davvero un freno al jihadismo islamista.    Saranno in grado di farlo?  Promettendo aiuti  economici per cinque anni,  Obama ha dato ai Pakistani un incentivo   a schierarsi  con  la NATO,  ed ha fatto un gesto  di fiducia nei confronti dei dirigenti pachistani.  

 Rimane da  vedere come evolverà la crisi economica e finanziaria,  che indebolisce  l'Occidente.   Ma non soltanto l'Occidente.  Tutto il mondo (Cina inclusa) ha interesse  a far finta che  il mondo finanziario sia solido e il mercato si auto-regoli davvero.   Perciò  il  mondo  gioca d'azzardo:  non c'è  alternativa.  

mercoledì, 08 aprile 2009
author: lonesheq76 @ 13:39
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Cari amici americani,
complimenti, avete eletto il presidente più elegante e più bravo a parlare dai tempi di Kennedy. Come modello e come simbolo va benissimo. Un testimonial di successo. Ma siete sicuri che sappia fare il suo mestiere? Il presidente degli Stati Uniti non deve solo ispirare simpatia, deve fare il leader, cioè guidare, comandare, insomma esercitare il potere più importante al mondo. Per questo, è ovvio, le sue parole devono pesare. Be´, mi spiace, ma non funziona.
Vi faccio qualche esempio. Un mesetto fa ha detto ai russi "ripartiamo da zero" (è un po´ la sua fissa, gli ha anche regalato come gadget un bottone rosso con sopra scritto "reset"). Putin e compagni hanno risposto "come no, grazie, benissimo!", ma quando lui ha provato a concretizzare proponendo di non istallare gli antimissili in Polonia in cambio della fine dell´appoggio russo all´atomica iraniana, gli hanno risposto "niet, niente scambi, togli gli antimissili e non rompere". Vabbè, i russi sono da sempre i cattivi. E uno. E cattivissimi sono i nordcoreani, che hanno fatto partire l´altro giorno un missile balistico intercontinentale che minaccia anche l´America, nonostante i suoi solenni ammonimenti. Missile flappo, che non funziona, ma dai e dai, un´atomica in Alaska, o più probabilmente in Giappone potranno mandarla. Sai che bello. E il consiglio di sicurezza dell´Onu non ha neanche condannato la bravata, perché la Cina ha consigliato di non scaldarsi troppo. E due schiaffi in faccia.
Gli iraniani, non ne parliamo, lui ha fatto un discorso flautato per il loro capodanno giurando che l´America non ce l´ha con l´Islam (già, sappiamo che è vero piuttosto l´opposto) e offrendogli una mano tesa se scioglievano il pugno (a me l´immagine sembra piuttosto arzigogolata, ma i commentatori internazionali erano entusiasti). Fatto sta che l´arciprete dell´Iran gli ha risposto col dito medio teso: "fatti, non parole", cioè molla Israele e la presenza nel Golfo e poi se ti diverti parliamo. E tre. Nei giorni scorsi Obama è venuto in Europa e ha detto che dovevamo prenderci dentro la Turchia. Ora, va bene che siamo Eurabia, ma novanta milioni di poveracci assatanati guidati da quell´islamista della specie finto moderata di Erdogan sono troppi (perché non se li piglia lui?), la gente proprio non li vuole in casa,  e allora i pur bravi eurabiani Sarkozi e Merkel  l´hanno mandato a stendere. E quattro. Lui ha sorriso e come un attore ben addestrato ha ripetuto la stessa battuta il giorno dopo ad Ankara. Lì come è ovvio è stato applaudito, ma in cambio non ha affatto convinto i turchi a chiedere scusa per il genocidio degli armeni, come aveva promesso: e cinque. Né è chiaro se gli apriranno la scorciatoia per ritirare le truppe dall´Irak. Per non sbagliare, ha anche preso sul serio la burletta del tifoso di Hamas Erdogan che media fra Israele e la Siria; non solo, ma il giorno dopo la dichiarazione del ministro degli esteri israeliano che rinnegava gli accordi mai ratificati di Annapolis, ha dichiarato bel bello che gli Stati Uniti se ne sentivano solennemente impegnati. E anche Israele, che vanta un record storico del 99,9% di voti insieme all´America all´Onu, gli ha risposto "guarda che non siamo mica il cinquantunesimo stato dell´Unione". E sei.
Sei schiaffi in faccia in un mese non sono pochi per l´uomo più potente del mondo. Sta diventando uno sport popolare, fra un po´ lo sfotterà anche il Lichtenstein - o l´Italia. Se qualcosa del genere fosse successo a Bush, si sarebbero sprecati gli editoriali sul declino dell´America e l´incompetenza dell´amministrazione. Lui no, è così carino, così elegante, così educato e garbato, ha l´aria così idealista, anche quando accetta i compromessi più ignobili sulla testa della gente, che nessun commentatore gli dà addosso. Sono gli altri stati che gli mettono i piedi sulla testa. Per chi come me ama l´America, è un vero peccato. Cari amici, non potevate trovarvene uno meno glamour, ma un po´ più, come dire, concreto? Speriamo che, finiti con aprile i 100 giorni di "grazia" (alla faccia!) cresca un po´. Se no, sono guai per tutti

Ugo Volli

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